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Un welfare digitale per salvare il Paese dalla leggi di Darwin

Ieri sera ho risentito un po’ di amici cari su Clubhouse, il nuovo social media in cui si chiacchiera. Sono persone della mia età, sparse sul territorio con cui ho, o ho avuto in passato, il piacere di lavorare su temi a noi cari: gli artigiani, le PMI, la manifattura e il digitale. Con alcuni non ci sentivamo da un po’ ed è stato bello ritrovarsi e fare il punto su dove si fosse finiti dopo quest’anno folle. Sono tutti molto in gamba e hanno fatto cose interessanti, in alcuni casi sorprendenti, e mi fa piacere essere parte di questa comunità.

Nel fare l’appello e nel raccogliere le testimonianze su che fine si fosse fatta in quest’anno nella mia bolla, è risultato immediatamente chiaro un effetto della pandemia che può essere esteso al resto del Paese e alle sue imprese: un rapido e sempre più radicale scollamento tra i sommersi e i salvati, tra chi ce la sta facendo molto bene e chi fatica e non ce la farà.

Chi ce la sta facendo non riesce a stare dietro al lavoro, dirige o segue imprese che crescono a doppia cifra, utilizza l’ubiquità delle connessioni da remoto per essere su più mercati, anche nuovi e lontanissimi. Chi non ce la sta facendo, in questo caso chi si occupa professionalmente di settori e/o territori dove moltissime PMI non ce la stanno facendo, ha in mente altre storie, applica la doppia cifra alla conta della decrescita e soprattutto ha, alla terza crisi economica, la netta e sgradevolissima percezione che per molti questo sarà il colpo di grazia. Le crisi economiche fanno così, selezionano i deboli, e in questo si comportano come le pandemie.

Nel caso di questa crisi economica, che non imita la pandemia ma la integra direttamente, la selezione è più spietata, beffarda: non una quaresima generalizzata in cui periscono i più gracili, ma una scrematura violenta, nella quale poche imprese stanno ferme e molte schizzano in alto o in basso sulla base della loro solidità e soprattutto della loro capacità di essere flessibili, innovative, digitali.

Tra le beffe più evidenti vi è ad esempio la resistenza, del tutto peculiare in un momento di crisi economica così devastante, di una domanda di competenze anche solo mediamente avanzate da parte delle imprese che crescono e che non trova risposta (dunque non permette di assumere persone) pur a fronte di una disoccupazione che fa paura oggi e farà terrore con la fine del blocco dei licenziamenti.

Si è detto nella bolla di Clubhouse, cercando di capire cosa avesse fatto la differenza tra i sommersi e i salvati, che la crisi sta punendo chi non ha fatto i compiti a casa, soprattutto in termini di innovazione digitale, ed è certamente vero che chi oggi prospera ha fatto i compiti e molto bene. Il combinato disposto di attenzione alle tecnologie, creatività, curiosità e capacità finanziaria ha sostenuto la possibilità per imprese molto diverse (non parlo ovviamente di settori colpiti con violenza e ingiustizia come la ristorazione e il turismo, dove si deve solo ristorare e sperare che la nottata passi) di surfare sui cambiamenti dei mercati e degli scenari, aggredendo spazi nuovi o lasciati liberi da altri.

Chi è sull’ascensore che scende oggi invece fa terribilmente fatica, è fermo come i cervi nel mezzo della strada a contemplare magazzini pieni di merce invenduta, fiere che non si faranno, mercati che si sono chiusi o rediretti altrove. Per continuare sulla metafora dei compiti, che da ex cattivo studente detesto ma che è molto appropriata, siamo fuori tempo massimo, è già ora di consegnare.

I più fit e adattabili sopravvivono, i meno fit e adattabili periscono. Non è un concetto nuovo, l’aveva già fissato Darwin nel 1859, osservando fenomeni naturali in atto da millenni.

Di cosa stiamo parlando allora? Solo del dispiacere per il negozio di quartiere che chiude? Anche, ma non solo.

Stiamo parlando di molto di più. Se non fosse così fuori moda in questa epoca potremmo addirittura dire che stiamo parlando del senso della politica, o più semplicemente del problema del collante di una comunità nazionale e di tante piccole comunità locali che non possono essere dilavate da questa botta di capitalismo avanzato. Almeno, non possono sparire senza un tentativo di salvare non tanto la singola impresa, ma quel patrimonio che erano e sono gli ecosistemi imprenditoriali nella loro funzione sociale ed economica. Un patrimonio che non si riesce a salvare solo accompagnando plaudenti i best performer, che sono troppo pochi e, anche senza volerlo, sono tali anche perché rispondono a modelli organizzativi necessariamente molto snelli. In soldoni: l’azienda di un distretto in crisi che va benissimo non riuscirà ad assorbire tutta l’occupazione e le quote di mercato delle imprese vicine che chiudono. Di più, la biologia dei distretti accettava di buon grado gli alberi alti perché questi convivevano con il sottobosco. La biologia dei salvati post pandemia è invece più simile alle pinete, dove sotto non cresce quasi niente.

Questo è un problema grosso, etico certamente, ma anche molto pratico e politico, perché mette in discussione la tenuta delle comunità. Con buona pace del clima di ottimismo imperante, ogni crisi economica ha comportato a distanza di qualche anno fenomeni antisistemici anche gravi e, se andiamo in proporzione, il fallout di questa crisi potrebbe segnare nuovi orizzonti di populismo straccione e arrabbiato che credo nessuno di noi voglia vedere. Da qui l’esigenza di contrastare prima quei fenomeni erosivi delle comunità che producono mostri politici e sociali sempre più grandi e violenti.

Per chi ha a cuore le sorti economiche e sociali delle comunità tocca dunque attrezzarsi agli esami di riparazione, cercando di salvare almeno chi ha 4, ossia le imprese che hanno ancora un po’ di birra e soprattutto il tessuto occupazionale, le competenze e la capacità produttiva di individui e comunità (che attorno alla capacità produttiva si sono costituite). La materia d’esame da studiare è il digitale in tutte le sue forme: cosa produco, come, con chi, per chi, dove lo comunico e dove lo vendo. Lo è perché abbiamo capito che lì risiede il discrimine principale tra i sommersi e i salvati, siano imprese che devono stare sui mercati (che sono digitali) o individui che cercano lavoro (che è sempre più legato a competenze digitali).

Oltre a essere un ovvio investimento per il futuro (che è un concetto che in Italia, con buona pace di Draghi, non ha mai troppo funzionato), la digitalizzazione deve essere anche uno strumento di welfare, per fare qualcosa subito per quelli che non ce la stanno facendo, anche contrastando lo scandalo di posti di lavoro vuoti per mancanza di competenze mentre la disoccupazione morde così forte. Forse non serve un Ministero per la Transizione Digitale, soprattutto se è l’imbellettamento di quello per l’Innovazione tecnologica, non certo una pietra miliare del Governo passato, ma certamente serve che il tema delle competenze digitali e dei servizi per la trasformazione digitale siano al centro di ogni agenda politica e ricevano attenzioni e risorse molto superiori a quelle sinora evocate (non dico praticate perché non mi intendo di fisica subatomica).

Ce la possiamo fare? Intanto iniziamo a provarci.

 

 

Ph: Bruno Panieri