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Ripartire (anche) dalle imprese

Poco prima di Natale sono stato a pranzo da G. per riprovare dopo tantissimo tempo le sue deliziose linguine allo scoglio. G. ha un ristorante a Milano, seconda generazione, popolare ma ottimo e per questo sempre preso d’assalto “prima”. G. non è solo un bravo ristoratore e un gran lavoratore, è un imprenditore attento e abile. Grazie a questo, G. è riuscito a sostenere questi mesi di chiusura e apertura limitata e a singhiozzo, nonché gli investimenti per la messa a norma anti Covid del suo locale, con notevoli esborsi personali, frutto di moltissimo lavoro e di grandi sacrifici. Capita, soprattutto alle micro e piccole imprese e alle imprese familiari.

Altre imprese, molte altre imprese, erano e sono meno attrezzate di G. per resistere all’attuale, lunga, estenuante altalena di chiusure e aperture, annunci e smentite, di cui non si vede la fine. Forse non lo è L., fornitore di G., che ha messo in cassa integrazione quasi tutti i suoi 10 dipendenti e gira con la moglie a consegnare a casa un pesce freschissimo, a prezzi super ragionevoli, fatturato e con pagamento carta di credito. L’ho comprato e mi ha detto che non sa quanto potrà resistere oggi dopo essere sopravvissuto al primo lockdown solo reinventandosi dettagliante ambulante da grossista che era. Molte delle imprese meno attrezzate probabilmente non riapriranno più.

Non sono fra quelli che cercano a tutti i costi un capro espiatorio e ce l’hanno con la gestione della vicenda Covid-19 da parte del Governo, soprattutto per una ragione: che nessuno sembra avere fatto davvero meglio. I famosi benchmark, la Germania, la Francia, il Regno Unito, l’esperimento svedese, sono tutti alle prese con una seconda ondata insistente, cattiva, ingestibile. Hanno riattivato i lockdown, che sembravano solo una mossa della disperazione, fanno più o meno tanti vaccini quanti ne facciamo noi, soprattutto come noi vanno a tentoni.

Ancora più della prima, la seconda ondata del Covid è stata per i governi occidentali come quei compiti in classe di greco disastrosi di inizio anno, in cui il più studioso prende 5 e mezzo e tutti gli altri fra il 2 e il 4. Un’ecatombe ingiudicabile, che ha fatto saltare improvvisamente tutti i piani e le traiettorie, e che non può fare media.

Adesso non ci sono alternative serie e adulte a quello che stiamo facendo. Non mi esprimo sulla scuola, dove a naso mi sembra che ci sia tanta ideologia scientista da parte di quelli che a tutti i costi la vogliono riaprire, ma con dolore penso che tutti i luoghi di assembramento naturale delle persone oggi debbano stare chiusi come misura di precauzione contro questa bestia subdola e multiforme. Lo dico essendoci nato in un ristorante, avendo mangiato in vita mia più al ristorante che a casa, avendo molti cari amici ristoratori e sentendone tantissimo la mancanza. Non sono state fatte scelte sulle chiusure che avessero davvero qualcosa di politico, di scelta orientata a fini ulteriori. Chiudere è stata ed è una misura di disperazione generalizzata, ma anche l’unica cosa possibile.

Ora il tema non può più essere questo, ma, con sempre maggiore forza, il “dopo” e come organizzare la capacità di ripartire.

Se un’impresa deve smettere di lavorare e produrre per ragioni di salute pubblica, è fondamentale che sia risarcita, o “ristorata” secondo la capziosa scelta lessicale del nostro Premier. Non so se i ricchi ristori automatici, quasi preventivi, di cui si favoleggia a proposito di Germania e Svizzera siano veri, quello che è pacifico è che l’Italia non ha quelle risorse a disposizione. I ristori, dati un po’ alla cieca perché la valutazione prende tempo e perché il nostro paese è un timballo di mille casi e bisogni diversi, non salveranno quasi nessuna impresa allo stremo delle forze e senza capitali a cui attingere.

Senza una prospettiva, la politica dei ristori e degli incentivi al consumo buttati là rischia di diventare una droga pericolosa, un crack economico e sociale. In uno scenario distopico, ma non così impossibile, potremmo diventare un Paese troppo dipendente dalla tremante e scoordinata mano pubblica, che da a chi chiede con maggiore veemenza anche perché sa, ma non dice, di non poter accontentare tutti. Un Paese soprattutto in cui lo Stato da la linea su cosa conviene fare, produrre, consumare. Una droga che prima o poi come tutte le droghe presenterà il conto, anche perché parte di quelle prebende dovranno essere rifuse. La distopia si compirebbe dunque con un Paese in cui è disincentivato lo spirito imprenditoriale, ma che vesserà fiscalmente chi continuerà a fare impresa, per mantenere comportamenti assai dispendiosi.

Penso invece che una ricostruzione sana non debba assolutamente fare a meno dello spirito imprenditoriale, dei G. e degli L., come fondamentale elemento di crescita endogena e senza iniezione di ormoni, facendo quello che normalmente si fa in ogni comunità: lasciare che i più intraprendenti e autonomi se la cavino da soli per concentrarsi sui più deboli e bisognosi.

Dopo la sbornia di regole forzate sarebbe perciò bello che il “dopo” fosse anche all’insegna di una sana e non ideologica deregulation. Una cosa seria, da nuovo contratto sociale, con il Governo che dice: “la botta è stata troppo grossa per tutti, non riusciamo a salvare tutto e tutti, ma a chi ha voglia di ricominciare e di ricostruire, creando nuovamente valore e lavoro, promettiamo condizioni straordinarie per ripartire. È andata male, non è colpa di nessuno. a monte e ricominciamo a macinare.”

L’Italia ha, dal punto di vista delle condizioni favorevoli al fare impresa, moltissimo da recuperare, da ben prima della pandemia. Togliere tutta quella parte di red tape burocratico che risponde o a problemi di ego delle amministrazioni o a stratificazioni di competenze sarebbe un ristoro per molti imprenditori, vero e più onesto  dell’attesa messianica di poche centinaia di euro. Se ne è visto un assaggio con la scelta assennata di molte amministrazioni di concedere più spazi esterni ai locali pubblici costretti a limitare le presenze all’interno dei locali (bei tempi), non è morto nessuno.

Dire agli imprenditori arrabbiati e preoccupati che domani fare impresa in Italia potrebbe davvero essere più semplice e che si conta sulla loro voglia sarebbe un messaggio molto potente, radicale, di speranza. Vorrebbe dire indicare una via, fatta nel concreto di disboscamento serio degli iter autorizzativi, dei tempi e dei costi per avviare, espandere o modificare un’impresa, di incentivi modello start up per l’attrazione di capitali, di semplificazioni totali per il passaggio di impresa, di rapporti fluidi con scuole e università, di leggi fallimentari che non siano lettere scarlatte.

Sarebbe giusto, e forse anche l’unica cosa possibile oltre al crack dei bonus, che produce zombie economici. La linea che avanzava quasi come un pensiero unico prima della pandemia, secondo la quale fare impresa significava sottostare a delle regole uguali in tutta Europa e modellate sulla grande impresa (penso ai tentativi abortiti di modifica delle leggi fallimentari e alle riforme del credito) è fallita e dimenticata come l’immunità di gregge. Oggi salvare e rilanciare l’imprenditorialità, in particolare quella diffusa, è una necessità economica, sociale e culturale.

Servono imprese e imprenditori per ricostruire, perché lo Stato non può e non deve fare tutto e occuparsi di tutto. Siccome ce ne sarà assoluto bisogno, questi dovranno essere incentivati a fare non tanto e non solo con i soldi (che non bastano), ma con la creazione di quelle condizioni infrastrutturali (fisiche, digitali, burocratiche, delle competenze) che consentano a tutti i G. e gli L. di fare il loro lavoro.

Poche regole, quasi comandamenti: non si ruba, non si sfrutta il lavoro, non si inquina. E si innova, perché oggi non esiste azienda sana che non faccia i conti con la tecnologia. La prima cosa che mi ha detto L. quando mi ha portato il suo ottimo pesce è stata che stavano aprendo un e-commerce, attività che andrebbe incentivata in ogni modo, altro che cashback di Stato.

Vogliamo ripensare agli anni ’20 del Novecento e all’euforia del dopo Spagnola? Oppure agli anni del boom economico? Sono riferimenti sensati, solo che oggi quell’effervescenza si dovrebbe poter prevedere o stimolare anche con sane iniezioni di deregulation.

Gli italiani sono molto bravi, a modo loro, a fare gli imprenditori, devono solo essere aiutati a ricordarselo.