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E se tornassimo alla terra?

Complice la benevolenza di mio figlio adolescente, ho trascorso le mie vacanze attraversando il Molise a piedi da costa a costa (la seconda costa era laziale), continuando un ideale cammino per le aree interne, o come le chiamo io le terre vuote, iniziato lo scorso anno in Basilicata.

Le due regioni hanno molto in comune tra loro e molto di paradigmatico di una certa provincia italiana, meridionale ma non solo. Sono luoghi lontani dai grandi centri, puntinati di piccoli paesi con centri storici anche molto suggestivi, circondati da una natura che si sta riprendendo gli spazi lasciati dall’uomo. Perché l’altro tratto comune straordinariamente evidente è uno spopolamento ormai storico, se possibile ancora più impetuoso in Molise che in Basilicata.

Molti dei paesi che abbiamo attraversato lungo tutta la regione hanno perso negli ultimi anni anche due terzi dei loro abitanti e ora viaggiano abbondantemente sotto la soglia psicologica dei 1000 abitanti, con l’aggravante di un’età media assai elevata. Bastano pochi elementi, la chiusura delle scuole per la mancanza della soglia critica, la perdita di posti di lavoro in zona, per scatenare in queste aree fragilissime esodi pressoché di massa.

Il tema non è più tanto e solo quello dei servizi, ma più in generale quello del modello di sviluppo, anzi del motore o dei motori che possono fare funzionare una comunità rendendola in grado di generare valore per i propri abitanti (e non solo di essere un luogo della memoria). Passando in questi paesi meravigliosi si ha però la sensazione che il motore si sia spento, le batterie da tempo esaurite, che obiettivamente non bastino soluzioni estemporanee a tamponare il problema.

Si ha anche la sensazione che attorno al problema e alle sue soluzioni vi sia molta confusione e una successione di pulsione ed evocazioni buone per i giornali ma prive di sostanza. Una confusione che mi ricorda la sensazione di smarrimento provata a Trivento, un borgo molisano con una meravigliosa cattedrale risalente ai romani (era un tempio dedicato a Diana) in mezzo a un centro storico intatto ma apparentemente vuoto, mentre il paese abitato cresceva disordinato e obiettivamente assai più brutto al di fuori.

Stendendo un velo sulle suggestioni colonial-immobiliari dello smart working diffuso, che al massimo può servire a fare crescere il valore dei casali in qualche area vicino alle metropoli del Nord e soprattutto non parla di sviluppo, resta tragicamente aperta la questione di come riaccendere i motori.

Certamente oggi la soluzione non può essere il turismo, da più parti stancamente invocato un po’ per conformismo, un po’ perché si ritiene che il turismo sia come il portiere nelle partitelle di calcio a scuola, l’occupazione di chi non è in grado di fare altro.

Noi abbiamo visitato luoghi assolutamente meravigliosi, ma pochissimi di questi erano obiettivamente così unici da giustificare il viaggio, e quando lo erano non lo si sapeva prima di averli visti. Soprattutto, l’industria (perché è un’industria globale con fortissimo tasso di innovazione, competizione spietata e regole ferree) turistica non concepisce più da tempo le amenities naturali e culturali senza un sistema di esperienze che ne aumenti la fruizione. Per amore della natura e tendenza alla misantropia abbiamo camminato con piacere su stradine secondarie vuote e su sentieri quasi mai manutenuti, ma obiettivamente i requisiti per l’accesso al mercato delle vacanze attive, che solo in Europa movimentava pre-Covid un fatturato miliardario, sono ben più stringenti di quelli che abbiamo trovato. Non servono grandi infrastrutture, si può assolutamente pedalare o camminare su strade aperte alle auto quando queste sono così poche, ma servono fontane funzionanti, sentieri aperti, una minima segnaletica e la possibilità di visitare chiese e monumenti, quasi sempre chiusi anche in teoretica alta stagione.

Non si tratta qui di fare una recensione su Tripadvisor, ma di ragionare sul campo su come è possibile che luoghi così suggestivi, numerosi (se sommiamo tutto il territorio così strutturato) e importanti per la nostra cultura e il nostro Paese possano realmente tornare a condizioni di vita diverse dalla mera sopravvivenza. Obiettivo assai sfidante, che passa necessariamente non solo per l’azione sui fattori di input (come mantenere i servizi essenziali) ma anche su quelli di output, ossia sulla possibilità che questi posti tornino a creare valore, anche assai locale e limitato, ma con un saldo in qualche modo positivo, almeno in termini di capacità di creare e mantenere lavoro buono.

Siamo, è sempre più chiaro, in una curvatura temporale in cui la razionalità dell’economia di mercato è messa a dura prova e soprattutto sembra che l’intervento pubblico possa effettivamente arrivare ovunque e resuscitare i moribondi. Io continuo a non crederci molto, ma questa sospensione dell’ordine consueto può permettere di perdere qualche freno inibitore e di immaginare modelli di sviluppo un po’ più radicali, anche se non pienamente stabili dal punto di vista economico (non lo è del resto nemmeno il bonus matrimoni della Regione Puglia), che però abbiano un’ambizione trasformativa reale.

La mia riflessione, passando per meravigliosi uliveti abbandonati e parlando con gentilissimi contadini ottuagenari, è che per riaccendere il motore di questi luoghi si debba finalmente ragionare di una loro “ricontadinizzazione”, ossia del recupero attivo e in forma innovativa delle attività agricole come motore del benessere economico e demografico di questi luoghi. Non parlo di farne orti per il giardinaggio dei cittadini nel fine settimana, ma di incentivare la riattivazione dei terreni abbandonati e/o incolti come prospettiva di reale lavoro.

Per chi? Per chi vuole, a partire dai giovani e dagli immigrati (possiamo avere il coraggio di nominarli non solo come problema?), che già oggi rappresentano una delle poche voci positive della devastata demografia delle aree vuote. Incentivare fiscalmente e finanziariamente l’insediamento agricolo, riabitare luoghi diruti o recanti improbabili cartelli “vendesi”, salvare tradizioni millenarie (come l’olio) oggi in gravissima crisi, manutenere il territorio non per l’assunzione clientelare e inefficiente di migliaia di forestali, ma per logica conseguenza della riattivazione di economie millenarie di convivenza tra uomo e natura.

Tutto questo non negando lo sviluppo e la modernità, ma anzi riaffermandoli sia come processi, l’agricoltura contemporanea fa uso massiccio di tecnologia, l’ambiente si salva anche a partire dal campo, sia soprattutto come filosofia, nel diritto a scegliersi stili di vita non omologati e lavori che abbiano senso e nel superare lo iato tra modernità e identità.

Comunità agricole e artigiane (ché l’artigianato è inseparabile dalla cultura materiale dei luoghi) vive e con un rapporto vivo con il proprio territorio possono anche essere luoghi molto più attrattivi anche dal punto di vista turistico, certamente più di luoghi abbandonati o di borghi museo. Chi non ci crede si studi il modello dell’Alto Adige, benchmark di ogni offerta turistica di montagna, il cui territorio perfettamente conservato è frutto di precise politiche storiche di incentivo alla contadinizzazione e alla manutenzione del territorio.

Ovviamente riattivare una moderna economia agricola non significa puntare su un unico modello di sviluppo, piuttosto partire dalla modalità più logica e pragmatica per fermare l’emorragia infinita di persone che non si riesce né ad arrestare né a bilanciare con nuovi apporti. Mi confessava un importante imprenditore della zona, la cui azienda aveva portato vero sviluppo in uno di questi borghi che si spopolano, che il suo cruccio principale era l’impossibilità di trovare e soprattutto di attrarre capitale umano qualificato, non disposto a trasferirsi nemmeno in un periodo di incertezza occupazionale e a fronte di compensi rilevanti. Senza un’idea, il destino di questi territori è purtroppo segnato.

Anche i progetti di infrastrutturazione digitale non hanno pressoché senso in comunità che si spopolano e dove le attività rimaste sono unicamente legate a servizi pubblici e microimpresa di sussistenza. Si porta la banda larga in luoghi dove non ci sono clienti, né idee su come utilizzarla.

Riattivare le comunità agricole permetterebbe di immaginare servizi per la valorizzazione delle produzioni oltre che per il welfare delle comunità, dall’e-commerce alla telemedicina, in grado di creare valore e in prospettiva di sostenersi. Anche la possibilità di realizzare investimenti produttivi rilevanti, magari sfruttando il vento favorevole al reshoring della manifattura, sarebbe certamente assai superiore in presenza di comunità vive e funzionanti, condizione ottenibile nel breve-medio solo attraverso la ricontadinizzazione.

Si avrà il coraggio di percorrere questa strada? Gli ultimi mesi ci hanno abituati all’impensabile e come i contadini moderni vogliamo e dobbiamo essere ottimisti.