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Il Coronavirus e il fallimento della leadership “on demand”

Costretto a casa da una improvvisata e autoimposta quarantena in quanto lombardo viaggiatore con la tosse, in questi giorni ho prestato più attenzione del solito a come i media hanno coperto la comunicazione su un singolo evento spaventoso come il diffondersi in Italia del Coronavirus. Ne ho ricavato alcuni interrogativi sui meccanismi di funzionamento di una società democratica nell’era digitale che ritengo utile condividere.

In poco più di una settimana, un fenomeno che si riteneva sostanzialmente confinato a paesi lontani e a pratiche alimentari e sanitarie discutibili (Zaia dixit) è diventato vicino, tangibile, fisicamente in grado di minacciare la nostra salute, il nostro stile di vita, la nostra economia.

Improvvisamente, mentre il numero dei contagi cresceva, nelle regioni più sviluppate d’Italia si sono chiuse scuole e università, cancellati gli eventi pubblici, scoraggiati gli assembramenti di persone. Con il crescere dell’allarme internazionale verso l’Italia come primo paese non asiatico per contagiati, il turismo in arrivo è precipitato e risulta difficile volare dall’Italia per molti paesi.

Alcuni capisaldi del nostro essere occidentali, la libertà di impresa, la libertà di movimento, la libertà di consumo, sono stati messi in discussione da un evento naturale imprevisto, violento e per molti aspetti ancora misterioso, i cui effetti si si dispiegheranno nel tempo come somma di variabili in parte a noi aliene.

L’incertezza, il divieto, l’immobilità, l’attesa, l’obbligo sono, sia detto senza alcuna valenza morale, dimensioni che da cittadini occidentali di classe media non ci appartengono più. È giusto così in fondo perché queste dimensioni privative, dove obbligate, erano il portato di stadi di sviluppo economico, sociale e politico che abbiamo superato con la pace, l’integrazione e la tecnologia. Non siamo più abituati a queste privazioni perché fortunatamente stiamo meglio di come stavano i nostri nonni in guerra, e di come stanno i cinesi trattati come pacchi a Wuhan.

Le tecnologie digitali hanno spinto questa sensazione di innaturalità dei vincoli a nuovi approdi.

Da un lato si è sviluppato un modello di consumo “on demand” e “always on” basato sulla costante disponibilità, addirittura in modalità push, di quello che vogliamo. Un’Amazon che va da quella vera, che ti porta a casa in 24 ore ogni prodotto, a quella delle realtà e delle opinioni, con millemila nicchie, bolle e verità alternative per soddisfare e corroborare ogni pensiero.

Dall’altra, tutti abbiamo principiato a lavorare per l’Amazon delle opinioni, esprimendoci direttamente o tifando per i professionisti del pensiero e delle prese di posizione, fra cui spiccano ovviamente i leader politici. I quali leader politici, soprattutto laddove nativi digitali, hanno non solo rapidamente uniformato la loro comunicazione al modello Amazon (prodotto popolare che deve stare in homepage e allargare il numero dei clienti), ma hanno reso progressivamente indistinguibili la comunicazione dai suoi contenuti, fino a uniformare i contenuti alle regole della comunicazione (come fa la Bestia di Salvini monitorando i trend topic e basandovi le uscite del leader della Lega). Il prodotto ideale dell’Amazon delle opinioni deve essere veloce, mutevole e soprattutto divisivo, polarizzante, così da rafforzare e ingrandire le bolle e l’effetto di dentro/fuori, con noi o contro.

Ogni deflessione dal modello Amazon, rinuncia ad appellarsi ai dettami, tempi e toni della comunicazione dell’Amazon delle opinioni è vissuta come anacronismo, chincaglieria da boomer. Ma un ritmo così costantemente indiavolato non è sostenibile a lungo, e le leadership al tempo di Amazon sono costitutivamente portate a sbagliare, a sovraccaricare, a prendere topiche e alla lunga semplicemente a stancare, magari per altri leader Amazon nuovi e più aggressivi e intraprendenti.

Per restare in homepage bisogna costantemente rilanciare, dividere, blandire, stupire un pubblico con soglie di attenzione molto basse, costantemente bombardato di messaggi in un continuum fra brand, catastrofi ambientali, gossip e cause umanitarie. Bisogna mantenere uno stato di sovraeccitazione che conosciamo come hype. Finché lo si mantiene, si mantiene quel minimo di attenzione che consente alla politica di orientare il consenso, a un brand di ricordare la propria esistenza, a un tema di essere oggetto di riconoscimento.

Tutto molto faticoso e superficiale ma funziona laddove rimane circoscritto al basso impegno, alla fruizione del mondo, inclusa la sfera dell’economia e quella della politica, come intrattenimento.

Quando un virus carico di mistero supera i 1000 contagiati in Italia, la dimensione della fruizione della realtà come intrattenimento mostra tutti però i suoi limiti, aggravati dall’evidenza del fatto che non si può tornare a prima, che siamo in mezzo al guado.

Una crisi così complessa, in costante evoluzione, che preoccupa tutti e sconvolge concretamente molte esistenze, mischiando i piani della salute individuale, della prevenzione, della scienza e del benessere economico non ha una soluzione nell’Amazon delle opinioni. Anzi, improvvisamente illumina gli scaffali della realtà on demand di una luce un po’ sinistra.

Se penso a come le istituzioni hanno sinora gestito la crisi, al di là di singoli episodi grotteschi, ho la sensazione molto forte che la politica si sia trovata schiacciata dai meccanismi dell’entertainment, ormai non governabili.

In una crisi così complessa ci si aspetta il Churchill de “L’Ora più buia”, il leader dietro al quale radunarsi come si seguirebbe fideisticamente un genitore. Ma quel modello di leadership, che presuppone la delega piena, non esiste più e non è riproducibile in un contesto nel quale i leader ci devono intrattenere, altrimenti passano prima per “mosci” e poi vengono dimenticati.

La dialettica tra quelle che erano le necessarie misure di precauzione per cui era necessario che le persone stessero meno in giro e lo hype della campagna #milanononsiferma, che rispondeva alla comprensibile esigenza di dare un messaggio di speranza all’economia dell’ottimismo di Milano, hanno dato in questi giorni plastica rappresentazione di questa inarrestabile schizofrenia.

Personalmente ho trovato ancora più significativo e inquietante constatare come il modello del pensiero on demand avesse ormai investito anche la comunicazione scientifica, alla quale si guardava come un baluardo di autorevolezza nel mare delle opinioni.

La continua oscillazione tra coloro che derubricavano il fenomeno a “influenza” e chi, facendo parte della medesima istituzione scientifica e parlando sugli stessi media evocava scenari sanitari inquietanti (per i quali si dovrebbe fermare tutto, altro che #milanononsiferma), ha mostrato chiaramente l’estensione del contagio dialettico.

Se anche serissimi medici, certamente incalzati dai media ormai divenuti robivecchi di opinioni che affastellano nei magazzini senza criterio, hanno ceduto alla vanità di dire quello che pensavano senza filtri di gerarchia, metodo o prudenza, l’entità del problema comunicativo, cognitivo e politico è davvero enorme.

Prima non esistevano le opinioni, il dissenso? Ovviamente sì, ma come ebbe una volta a dirmi un vecchio dirigente di quel monolite del pensiero novecentesco che era il PCI “le divisioni anche feroci che le consumavamo a porte chiuse”. Oggi nelle stanze delle porte chiuse ci sono telecamere che tracimano opinioni a getto continuo, rimasticate e moltiplicate in schegge subito ributtate in rete. Può essere un modello che funziona per l’intrattenimento o per le situazioni, la maggioranza, a basso ingaggio, ma assolutamente non può funzionare dove si richiede uniformità di comportamenti e unità di intenti.

A rendere la strada stretta è anche la necessità di preservare un ordine democratico e liberale da ogni tentazione “cinese” di semplificazione del dibattito, verticalizzazione delle opinioni o tecnocrazia (la forma più insidiosa perché più subdola di post-democrazia, in cui si accapigliano le squadre di un dibattito finto mentre “chi sa” governa e decide).

Le conseguenze economiche dell’epidemia, ancorché da accertare compiutamente ex post (e oggi non sappiamo quando questo post inizierà), imporranno ragionevolmente al Paese scelte sulle priorità di intervento (quali settori e quali aree del Paese sostenere, come, a spese di chi) che ancora una volta non potranno piegarsi alle logiche dell’intrattenimento e dell’Amazon delle opinioni, né essere relegate all’opacità tecnocratica. Ne va della qualità della nostra democrazia e delle nostre libertà.

Poiché non si può, né si vuole, tornare alla semplicità paternalistica della clip dell’Istituto Luce sull’influenza “Asiatica” del 1968, bisogna immaginare nuove modalità di ingaggio comunicativo delle persone, almeno della fascia più avvertita, che superino l’attuale insostenibile schizofrenia.

Non ho ovviamente ricette, a parte quella scontata di razionare l’uso di Twitter a chi riveste cariche pubbliche o di responsabilità, ma si tratta di una misura igienica, non strutturale.

La traccia che mi pare più interessante passa invece dal recupero della dimensione di luogo come primo orizzonte di senso dei fenomeni. Il luogo che mentre compulsavamo la mappa dei contagi ha acquisito una dimensione più reale, che probabilmente prenderà ancora più corpo ne prossimi mesi, nei quali il movimento sarà se non impedito certamente rallentato.

Una diversa e maggiore attenzione ai luoghi e alle comunità più vicini, facilitata da modalità magari più lente ma meno superficiali di informazione e partecipazioni, può essere una cura per lo choc comunicativo e cognitivo che ha dimostrato quanto l’equilibrio del mercato libero delle opinioni possa essere insostenibile.

Nella pratica, sarebbe bello che l’energia che si libererà alla fine di questa vicenda, la voglia di ricominciare, non fosse quella del criceto nella ruota, ma portasse ad un’attenzione nuova agli avvenimenti, anche meno catastrofici, che riguardano la società, a partire dalla cellula primaria che è la comunità locale. Conoscere le persone e le imprese, informarsi sulle dinamiche, esprimere pareri più solidi perché informati o semplicemente vissuti.

Tutto questo significa recuperare una dimensione spaziale e sociale “a misura d’uomo” che il pazzoide intrecciarsi dei fenomeni tra ultralocale e ultraglobale ha fatto un po’ smarrire. Chi ne avrà voglia potrà alzare lo sguardo nello stesso modo a quello che succede più lontano, ma intanto si sarà fatta pulizia mentale dal rumore, che non fa mai male. Anche lo stile di leadership, politica e non solo, oggi insostenibilmente dopato, se riportato innanzitutto a una dimensione di attenzione alla comunità non potrà che uscirne più responsabile e rafforzato, dunque migliore.

Non è una prospettiva passatista, sia perché non si può e non si vuole tornare indietro, sia perché anche in questi giorni turbolenti la tecnologia ha mostrato tutto il suo potenziale largamente inutilizzato di miglioramento della qualità della vita, come nel caso dell’accesso generalizzato allo smart working, da cui spero non si tornerà indietro per intubare di nuovo tutti in ufficio al solo scopo carcerario del controllo.

#noncifermiamo, ma invece di far correre la ruota del criceto proviamo a pensare dove siamo, per prendere meglio la rincorsa e andare avanti.