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Bambini, plexiglas, comitati e mascherine trasparenti

Mentre la Fase 2 è ancora avvolta da un fitto mistero, i comitati per la ripartenza viaggiano ormai velocemente oltre i 500 esperti ingaggiati, 450 solo nelle 15 task force ministeriali. È un numero pletorico, che non può fare a meno di evocare alcuni alcuni mali tipici della gestione “all’italiana” della cosa pubblica: la moltiplicazione dei centri decisionali e conseguente paralisi, la viltà della politica che si trincera dietro le responsabilità dei tecnici, la voluta indeterminatezza della burocrazia, che ne rafforza il potere di scambio di influenze sotto forma di finestre di interpretazione.

Nel “comitatismo”, che ratto ha preso possesso del policymaking in questi momenti di incertezza c’è tutto questo, e anche di più. C’è l’idea, imparaticcia e dura a morire nonostante i disastri che ha provocato, che sia possibile installare in questa cattedrale bizantina che è la nostra cultura amministrativa e decisionale la capoccia di un professore universitario e le palle di un manager per sistemare tutto. A riprova di ciò, le commissioni sono presiedute e composte o da uno o dall’altro. Non sono le prime, non saranno le ultime, non sono mai servite a nulla.

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La commistione tra manager, azzeccagarbugli ministeriali e schettìni politici dovrebbe, così par di capire, produrre un corpus iperdettagliato di regole e di casistiche, che mi immagino somiglierà a quelle mappe medievali del mondo conosciuto, minuziosissime e su fogli enormi, ma tutte sbagliate.

Sbagliate innanzitutto perché, come diceva quel drammaturgo inglese che non è mai stato in alcun comitato “ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, /di quante tu ne possa sognare nella tua filosofia”.

Ipernormare tutto, non limitarsi ad un liberale “tutto ciò che non è esplicitamente vietato (vedi gli assembramenti) è consentito”, lasciare spazio all’interpretazione di ciascun burocrate, decidere sulla base dei codici ATECO chi è essenziale e chi no, non dare alcun peso all’iniziativa individuale e alla creatività, sono le premesse metodologiche di un disastro di discriminazioni, dimenticanze, ingiustizie, paralisi. È quantomeno normale che, in questo mondo di sommersi e salvati, tanti siano stati dimentica e abbiano fatto presente le loro ragioni con fin troppa civiltà. Le pasticcerie artigiane che a Pasqua non potevano produrre e consegnare colombe e uova, i riparatori di biciclette discriminati rispetto ai riparatori di altri mezzi, i ristoranti e le pizzerie che non potevano consegnare domicilio sono solo alcuni esempi di discriminazioni quasi inevitabili se si vuole fare stare tutto in un unico foglio, come le mappe medievali.

Ma, si dirà, eravamo in guerra e abbiamo fatto tutto il possibile. Se anche fosse vero, nella fase del dopoguerra certo errori non si dovrebbero ripetere, cosa che invece sta con tutta evidenza accadendo, e col comitatismo non ci salverà dal non sbagliare, ci farà sbagliare di più e peggio. La via per non sbagliare c’era, ne parlano qui alcuni amici accademici non da comitato: anticipo e programmazione e soprattutto valorizzazione delle best practice, il contrario cioè dell’ipernormazione e soprattutto una via più consona alla storia e alla cultura del nostro paese, alla sua biodiversità e creatività che ne ha fatto la fortuna (e che i burocrati e i manager odiano, perché non sta mai ferma).

Scrivono nel loro contributo, e non avrei saputo dirlo meglio: “E’ importante che in questa fase le proposte che si rivelano più efficaci trovino adeguata valorizzazione e siano inserite all’interno di un processo decisionale trasparente e aperto. Si tratta di immaginare e mettere in pratica una piattaforma (anche tecnologica) che, oltre a promuovere alcune regole comuni di base (distanziamento sociale ad esempio), si candidi a diffondere buone pratiche che tengano conto delle diverse realtà territoriali e dimensionali. One size does not fit all è stato lo slogan del Made in Italy nel mondo. Allo stesso modo, un decreto ministeriale non risolverà tutte le richieste del nostro sistema produttivo. Attrezziamoci per gestire la varietà puntando sull’intelligenza e la professionalità presenti nella nostra società civile.”

Per quanti esperti e illuminati si possano mettere attorno a un tavolo (o in videoconferenza), una società complessa (e differenziata come la nostra) non si presta al riduzionismo implicito nel dover normare tutto dall’alto, perché manca sempre qualcosa, come scriveva Shakespeare. Per questa ragione, per evitare di dimenticarsi qualcosa o di progettare male oggetti ed esperienze, le metodologie più avanzate di progettazione, come il design thinking, prevedono una fondamentale fase di empatia, ossia di interazione non parruccona fra chi progetta e chi utilizza, per capire quali sono i problemi, quali le opportunità, quali le sfumature. Figlie della stessa idea per cui le soluzioni non stanno in una stanza o in una testa sono le piattaforme di intelligenza collettiva, che hanno fra le altre cose risolto problemi tecnici come le maschere per i ventilatori in ospedale, prendendo i contributi di chi aveva qualcosa da dire e tirando le somme in un progetto.

Fossero anche mille (lo saranno presto) gli esperti dei comitati e la loro filosofia non produrranno che mezze soluzioni se non includeranno fra i loro contributi quello fondamentale su come trovare sistemi per individuare, diffondere e stimolare buone pratiche e intelligenza collettiva.

Provo a spiegarmi meglio con due esempi: uno su un problema che la coperta corta del comitatismo non sta vedendo, uno su un progetto piccolo piccolo ma dannatamente buono.

Comprensibilmente ossessionati dalla riapertura delle attività economiche e non di quelle scolastiche, gli esperti e i politici si sono dimenticati di cosa faranno i bambini da maggio a settembre, non potendosi dare ovviamente campi estivi né colonie che siano privi di assembramenti, né affidarli ai fragilissimi nonni. Dimenticarsi dei bambini (e delle famiglie) perché non possono contare su gruppi di pressione organizzati è un errore da matita blu, che rivela la presenza fra i sapienti di troppi maschi di età avanzata e di pochissima predisposizione all’ascolto, fosse anche dell’opinione della segretaria (immagine trita, ma tant’è).

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Ascolto ed empatia che invece non sono mancate a quella che considero la seconda storia più bella di questo periodo che bello non è per nulla. È la storia, raccontata dal Corriere della Sera, della signora Ornella Prinzi Pozzoni, lecchese, che guardando un servizio alla televisione sui ragazzi audiolesi e le mascherine pensa (si chiama empatia) a ricavare una mascherina con al centro un inserto di tessuto trasparente in grado di consentire la lettura del labiale, ma anche di vedere un sorriso in questo tempo grigio. Con altre quattro amiche, un’azienda lecchese di tessuti speciali e quella creatività e incapacità di stare fermi degli artigiani lombardi, la signora crea delle mascherine per consentire ai sordi di comunicare in sicurezza che diffuse su Facebook stanno andando a ruba.

Nessun esperto di nessun comitato ci sarebbe arrivato se non fra qualche anno, esauriti tutti gli argomenti che si ritenevano più urgenti in un modus operandi in cui l’agenda è definita dagli esperti stessi o da chi ha la voce più grossa. Ma così non potrà mai funzionare, non senza produrre ingiustizie, la prima delle quali è non valorizzare quanto i nostri problem solver, artigiani, imprenditori (non manager) e designer potrebbero fare.

Sono tantissimi, dispersi sul territorio, molto spesso restii alla visibilità da comitato, ma in grado di trovare micro-soluzioni a micro-problemi secondo una modalità a mosaico, tessera per tessera, che è l’unica che credo potrà salvarci.

Ci pensavo guardando gli orrendi rendering delle orrende paratie in plexiglas che sono state proposte per permetterci di mantenere le distanze in spiaggia o al ristorante e che oggi rappresentano l’anticipazione più fisica della fase 2 che verrà. Pensavo che quegli orrori dati in pasto a qualcuno in grado di riprogettarli, perché banalmente non si trasformino in specchi ustori o non trasformino ogni ambiente in uno sportello bancario anni ’80, potrebbero magari trasformarsi anche in qualcosa di bello.

Abbiamo sempre fatto così perché siamo stati bravi a fidarci degli altri, a responsabilizzare, ad ascoltare, a metterci del nostro. Fuori è pieno di signore Prinzi che hanno qualcosa da dire, un’idea per sistemare meglio anche solo il loro cortile, rispettano le regole quando queste sono poche e chiare, non fanno tavoli se non sono mobilieri.

La capacità dei leader, visto che non siamo in Guerra, si misurerà anche nella capacità di valorizzare le tessere di questo mosaico, riaccendere la fiammella di responsabilità e imprenditorialità che mesi di attesa dei comunicati di Stato davanti alla televisione e incertezza sul domani hanno fiaccato, premiare (anche con soldi, perché no) chi ha una buona idea che può aiutare tante o poche persone del nostro diversissimo Paese.

Photo: Bruno Panieri