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Perché Hirschman può salvare il Mezzogiorno (e il Paese) dal fracaso

“Lo sviluppo dipende non tanto dal trovare le combinazioni ottimali delle risorse e dei fattori produttivi dati, quanto nel suscitare e nell’utilizzare per lo sviluppo progetti, risorse e capacità nascosti, dispersi o malamente utilizzati.” La frase è di Albert O. Hirschman, un economista, scienziato e attivista sociale il cui pensiero andrebbe recuperato come presidio di ottimismo della volontà in questi tempi cupi e incerti.

Hirschman, ebreo berlinese transfuga per l’Europa prima e il continente americano poi, combattente antifranchista e antinazista e poi soldato americano, accademico nelle università dell’Ivy League e attivista dello sviluppo economico in America Latina è in sé un personaggio straordinario e troppo poco studiato. I legami di Hirschman con il nostro Paese sono molteplici, qui ha studiato e soggiornato, il grande filosofo Eugenio Colorni è stato suo amico, sodale e poi cognato. Qui infine, attorno a un grande economista dello sviluppo come Luca Meldolesi è molto attiva la Hirschman Foundation, importante network internazionale di studiosi e operatori dello sviluppo, che ha organizzato qualche giorno fa a Berlino la terza conferenza sull’eredità intellettuale di Hirschman, alla quale ho avuto l’onore di essere invitato.

Ho ripensato a Hirschman leggendo i dati del Rapporto SVIMEZ 2019 sull’economia e la società del Mezzogiorno, che fotografano le dimensioni di un ingravescente disastro sociale, economico e demografico. Il Sud, stima il rapporto, ha perso 2 milioni di abitanti dal 2000 e ne perderà altri 5 milioni nei prossimi 50 anni. Il PIL del Sud, che già presenta un tasso di povertà assoluta doppio rispetto al Nord, calerà di un agghiacciante 40%. A lasciare il Mezzogiorno che si desertifica sono, come sempre accade, le risorse più pregiate, giovani e istruite. Il reddito di cittadinanza ha avuto la funzione di pannicello caldo che, se da un lato ha impercettibilmente lenito il fardello della povertà, dall’altro ha allontanato le persone dalla ricerca di un lavoro (peraltro molto difficile).

Cosa c’entra il berlinese-americano (e al massimo triestino) Hirschman con il Mezzogiorno? Molte cose, alcune evidenti, altre più sottili, che dovrebbero spingere a leggere e rileggere quest’oro grande pensatore riformista. Ne indico tre, a mio avviso le più importanti.

La prima, banalmente, è che Hirschman si è occupato intensamente di politiche per lo sviluppo, principalmente in Colombia, e che oggi per salvare il Mezzogiorno è opportuno guardare senza pruderie alle pratiche di territori che lo sviluppo economico lo hanno cercato e trovato creativamente, anche laddove non ve ne erano i presupposti.

La seconda è che Hirschman, scienziato sociale vero e poliedrico, ha dedicato grande attenzione ai meccanismi sociali, politici ed economici sottesi alla scelta di un individuo di abbandonare un’organizzazione, un’azienda (o un territorio) o di rimanervi, anche contribuendo a migliorarla. Nel suo libro “Lealtà defezione protesta” Hirschman spiega come di fronte al deterioramento di un servizio, di un’organizzazione, di un gruppo politico (e di un territorio)  il consumatore/cittadino ha davanti a sé due opzioni: l’uscita (la defezione) o la voce (la protesta). La scelta dipende essenzialmente da un terzo fattore, la lealtà, ossia il grado di attaccamento, anche emotivo, verso quell’entità. La lealtà, rende la defezione più difficile (perché più costosa) e al contrario rende più probabile la protesta, dare voce al malessere perché le cose cambino in meglio. L’esodo biblico dal Mezzogiorno è una defezione di massa, mentre le voci della protesta sono sempre più flebili e non si riesce a costruire un legame di lealtà.

La terza ha a che fare con il cosiddetto “possibilismo” hirschmaniano, uno dei punti più alti di incontro fra il suo essere scienziato sociale, filosofo e attivista. Fare sviluppo economico e sociale non è un’opera di anodina applicazione di principi o peggio ideologie, ma ha a che fare con l’imprevedibilità della natura umana. È fare il pane con la farina che si ha, non con quella che si vorrebbe avere e non piegare la realtà all’ideologia, perché essa non vi si aggiusta.

Il dramma del Mezzogiorno, che è in epitome il dramma della provincia che si fa periferia nel secolo delle metropoli e dell’economia digitale, è il dramma dell’uscita da un territorio disfunzionale e, sic stantibus rebus, perdente nella competizione tra economie della conoscenza. L’ideologia, fosse dell’intervento statale o il suo contrario, entrambe figlie di un’idea fordista dello sviluppo (tanti risultati con poche grandi mosse) non solo non ha risolto alcunché, ma ha deviato l’attenzione dall’obiettivo di costruire una forma di lealtà verso il territorio che andasse al di là del ricordo struggente o del ritorno per le feste comandate. La classe dirigente locale pubblica e privata che, salvo eccezioni, si divide tra colposamente e dolosamente inadeguata, non è quasi mai riuscita a valorizzare le risorse nascoste, disperse e malamente utilizzate, anzi ha contribuito al loro ammaloramento.

Il ritratto SVIMEZ è anche un saggio sulle conseguenze nel Mezzogiorno d’Italia di quello che Hirschman, scrivendo da practitioner a proposito della cultura dello sviluppo dell’America Latina, chiamò fracasomania, o cultura del fallimento. Fracasomania è l’idea, propria delle società decadenti e depresse, che non vi sia nell’esperienza e nelle cose fatte da quella società alcunché da salvare. Tutto è fracaso (fallimento), e la salvezza può arrivare solo da fuori. La fracasomania tende ad autoavverarsi, perché l’importazione dall’esterno di modelli alloctoni senza riconoscere il valore che pure c’è in loco non funziona, e concretizza il fallimento.

L’opposto di fracasomania è il bias for hope, il pregiudizio a favore della speranza, che accompagna il cambiamento. Il bias for hope non è ingenuità solo se si accompagna all’attivismo per il cambiamento e lo sviluppo, ossia all’applicazione, creativa e attenta, ma rigorosa, delle risorse e degli strumenti per mutare in meglio lo stato di cose. Qui la lezione di Hirschman è di bruciante attualità per il nostro Sud: bisogna immaginare e praticare nuovi strumenti e nuove azioni per lo sviluppo, che hirschmanianamente sappiano valorizzare le positività che ci sono, superando la camicia di forza di approcci ideologici o anche semplicemente onnicomprensivi, one size fits all. 

Il Mezzogiorno non si salva “solo” con più soldi pubblici (dei peraltro poco e mal spesi che ci sono già), né con una dieta reaganiana. Non si salva solo con l’ILVA o solo senza, né solo con il turismo. Si può salvare valorizzandone con intelligenza e bias for hope le molte risorse, connettendole con intelligenza alle reti globali della conoscenza.

Fabio Mereu ha lanciato da Cagliari una Playmoove, una startup per la sharing mobilità dei piccoli centri che è arrivata fino a Bogotà (ironia della sorte altro luogo hirschmaniano). Adriana Santanocito e Enrica Arena di Orangefiber hanno sviluppato a Catania una fibra tessile dagli scarti degli agrumi che vende ad alcuni dei più grandi brand della moda. Salvatore Pepe a Gravina di Puglia ha digitalizzato il mosaico con cui ricopre dalla metropolitana di Chicago ai grattacieli di Dubai. Sono tre storie di impresa che dimostrano come parlare di fracaso sia grossolanamente esagerato. Al contempo sono tre rondini che non fanno primavera.

Cosa li accomuna? La confidenza con la dimensione digitale (siamo pur sempre su Nòva), non solo nei termini di capacità di utilizzare le tecnologie, ma anche in termini di capacità di pensare fuori dalla scatola in termini di mercati, partner, fornitori, servizi. Di, mi si perdoni il truismo, fare innovazione innovando quello che c’è attorno e connettendolo con quello che c’è fuori.

Nessuno di loro risolverà autonomamente i problemi del Mezzogiorno, innanzitutto perché i problemi di quella terra straordinaria, dolente e sempre più spopolata non hanno una soluzione, ma richiedono algoritmi miopi, buone approssimazioni per risolvere pezzi di problemi, non sprecando ma incanalando l’energia che c’è.

Provo a contribuire con due soluzioni fondate sul bias for hope, ma anche sull’urgenza e l’eccezionalità dei tempi.

1. Il capitale umano deve diventare un’ossessione.  Selezionare i migliori talenti, educarli all’imprenditorialità (come visione del mondo, non necessariamente come Partita IVA), farli girare per il mondo con l’impegno che tornino o almeno lascino qualcosa deve essere un imperativo morale e un impegno pratico, da domani. Non si capisce perché talent scout possano girare i campi da calcio di tutto il mondo a selezionare talenti bambini e questo non possa essere fatto per i futuri imprenditori e manager del Mezzogiorno.

2. L’economia digitale non tollera autarchia delle competenze, soprattutto se non si è nel club delle metropoli globali. Bisogna portare competenze e passioni al servizio delle energie (imprenditoriali, culturali, sociali) del Mezzogiorno. Come? Con un servizio civile che porti economisti, ingegneri, biologi, manager al Sud per supportare la germinazione dei semi di sviluppo. Il costo della perdita del Mezzogiorno e, a cascata, della provincia italiana è alla lunga insopportabile per le zone più sviluppate, perfino per Milano. Per un laureato della Bocconi o del Politecnico di Milano fare un anno di servizio per lo sviluppo in Val d’Agri o a Crotone deve diventare non solo una possibilità, ma un plus sul curriculum.

Bizzarro? No, possibile, doveroso e urgente. Perché il Mezzogiorno e tutto il Paese si salva, anche così, dal fracaso.