Il territorio della Città metropolitana di Milano ospita poco più del 5% della popolazione italiana e produce quasi l’11% del PIL nazionale. È il dato che la Città metropolitana ha anticipato nei giorni scorsi, tratto dal Territorial Scan che l’OCSE, l’organizzazione che riunisce le principali economie avanzate del mondo, presenterà il 18 novembre a Palazzo Isimbardi, il primo dedicato all’area milanese da vent’anni a questa parte.
È una quota di ricchezza quasi doppia rispetto al peso demografico, in un Paese che da un quarto di secolo fatica a crescere: è abbastanza per dire che, nonostante tutto, Milano resta la principale locomotiva dell’economia italiana.
Il primato non è un’illusione statistica, ma una fotografia che restituisce ricchezza di colori, sfumature e complessità. Una quota di quel prodotto è frutto del lavoro di chi non vive nell’area metropolitana, ma entra a Milano da fuori, a riprova che i confini amministrativi faticano a mappare con precisione i processi economici. In termini di valore aggiunto per addetto, Milano è la prima provincia italiana, con una produttività superiore di circa il 40% alla media del Centro-Nord, ossia della parte più produttiva del Paese. Primato nei livelli, però, non significa primato nella dinamica se nel 2025, secondo le stime di Assolombarda, il PIL milanese è cresciuto meno di un punto, ossia molto meno di metropoli come Barcellona. Milano corre più dell’Italia, ma non per questo corre abbastanza rispetto alle città con cui si confronta in un campionato globale.
Il dato arriva in un momento particolare, non solo per le prossime elezioni comunali. Da un paio d’anni, il dibattito pubblico su Milano, come accade per moltissime città globali, si è avvitato attorno al concetto di affordability, dando la stura alle tesi più pessimistiche e liquidatorie sul declino del “modello Milano”. La crisi dell’abitare è reale e documentata, a partire dai rapporti del Politecnico che parlano di una forbice strutturale tra redditi e costi dell’abitare, con conseguenze pesanti per chi fa muovere la città ma non può viverci. Per quanto inaccettabile, e controproducente, l’insostenibilità sociale della crescita non equivale però tout court alla fine della crescita: Milano non ha smesso di creare valore, ma lo distribuisce male, fra capitale e lavoro, fra ceti, fra luoghi.
Confondere i due problemi porta alla cura sbagliata. Chi parla di declino e invoca la palingenesi finisce per mettere sotto accusa la crescita stessa, quando il problema è che i suoi frutti non arrivano a chi, secondo la migliore tradizione milanese, la produce lavorando. C’è quindi spazio per l’ottimismo, non di chi si limita a vedere salire il valore delle proprie case, ma quello operoso di chi lavora e fa impresa, e vorrebbe poter continuare a farlo a Milano, producendo valore che torna anche al resto del Paese.
La distorsione si vede anzitutto nei salari e nei redditi, in una città in cui il lavoro produce molto di più di quanto venga pagato. I salari milanesi sono, è vero, i più alti d’Italia, ma superano la media nazionale di circa un quarto, ben al di sotto delle dimensioni del gap di produttività, nel luogo in cui la vita costa di più. Lo stesso Politecnico rileva che la crescita nominale dei redditi, se pesata sull’aumento del costo della vita, praticamente si annulla; ne consegue, dati Cgil, che un lavoratore su tre non guadagna abbastanza per vivere in città.
Dove va, allora, il valore che non arriva in busta paga? Il nemico principale dell’affordability non è la creazione di valore, ma la rendita che se ne appropria. È la rendita dei grandi fondi e operatori immobiliari, che sulla trasformazione della città hanno costruito valorizzazioni straordinarie, spesso a fronte di contropartite pubbliche modeste, come raccontato dalle cronache politiche e giudiziarie. Ma è anche, ed è più scomodo dirlo, la rendita diffusa dei piccoli proprietari che tengono case sfitte per non correre i rischi di un contratto lungo, le destinano agli affitti brevi perché rendono di più, vedono crescere il proprio patrimonio con il prezzo delle case e hanno interesse a che continui a salire. Grandi e piccoli, con responsabilità molto diverse, partecipano allo stesso meccanismo: il valore prodotto da chi lavora e fa impresa viene assorbito da chi possiede. È la vecchia contrapposizione fra cultura del fare e cultura della rendita, che a Milano si gioca oggi soprattutto sul mattone.
Chi propone di redistribuire si sente rispondere che, chiedendo di più a chi produce e guadagna di più, la ricchezza se ne andrebbe. Il rischio è reale ma selettivo. Lo mostra un’altra notizia di queste settimane: Dua Lipa starebbe valutando di trasferire la residenza da Londra a Milano, aggiungendosi ai circa 2.500 nuovi residenti facoltosi che, secondo i dati riportati da Assonime, hanno scelto l’Italia, e quasi metà proprio Milano, grazie all’imposta forfettaria sui redditi esteri. Chi arriva per il fisco è anche il primo a ripartire per il fisco: il governo stesso stima che l’aumento dell’imposta, benché modesto rispetto ai patrimoni dei nuovi milanesi milionari, dimezzerà i nuovi arrivi. Ma questo capitalismo “rapace” non è la sola determinante delle scelte di allocazione. Studi americani condotti su ampie popolazioni di milionari mostrano che i cosiddetti “working rich”, che hanno costruito e/o consolidato le loro fortune in luoghi densi di opportunità e di relazioni, sono molto meno inclini alla fuga per ragioni fiscali. D’altro canto, però, attrarre e trattenere questi capitali non estrattivi presuppone una superiore competitività dei sistemi urbani, che deve essere curata e implementata costantemente.
La redistribuzione più solida è quella che chiede di più a ciò che non può muoversi, a cominciare dal valore del suolo che la città stessa genera, e che reinveste in ciò che fa restare: casa accessibile, trasporti efficienti, servizi, formazione. Sono le condizioni che trattengono i working rich, che hanno bisogno di un ecosistema prima che di uno sconto, e insieme quelle che permettono a un infermiere o a un artigiano di continuare a vivere a Milano. L’affordability non è il prezzo della competitività, è una delle sue condizioni.
È qui che lo Scan può servire davvero. Vent’anni fa la Territorial Review commissionata dalla Provincia di Milano indicava già nella scala metropolitana l’unica dimensione in cui affrontare casa, mobilità e sviluppo, e quelle raccomandazioni, come ho scritto su queste pagine, sono rimaste in larga parte inattuate. Che a riaprire quel lavoro sia oggi la Città metropolitana è già un messaggio: i problemi di Milano non si risolvono dentro i confini di un comune troppo piccolo per la sua economia, ma in un’area che ha la massa critica per offrire casa e lavoro ben oltre il perimetro delle sue tangenziali.
Il valore di un’analisi indipendente e comparata come lo Scan risiede proprio nel misurare Milano con il metro delle metropoli europee e non soltanto con quello, troppo comodo, del resto d’Italia, guardando non solo a quanto si cresce, ma a come i frutti della crescita si distribuiscono sul territorio per crescere a lungo. L’esercizio più difficile sarà quello di sottrarre il dibattito alle contingenze di cronaca e alle partigianerie e la differenza, rispetto a vent’anni fa, dovrà farla la volontà di trasformare l’analisi in agenda.
Che Milano resti una città in cui Dua Lipa desidera vivere è, tutto sommato, una buona notizia, la domanda che dobbiamo porci è se resterà anche una città in cui può vivere chi ci lavora.