L’amore ai tempi del collasso

«We no longer have a problem; we have a predicament;

there is no longer a solution, just an outcome».

(Non abbiamo più un problema, abbiamo una condizione data.

Non esiste più una soluzione, solo un esito)

Jem Bendell

Appunti da un’epoca complicata

Lo scorso luglio è stato il più caldo mai registrato per 900 milioni di persone in 33 paesi. Il cambiamento climatico è diventato una presenza chiara, costante e minacciosa.

Nel mondo, entro la fine degli anni Settanta di questo secolo, per la prima volta nella storia gli anziani supereranno numericamente i bambini. Il cambiamento demografico ridisegna le nostre società, che invecchiano e perdono ricambio fisiologico.

La fiducia globale nei governi è scesa al 53% e quasi sette persone su dieci nel mondo temono ormai che i propri leader le stiano deliberatamente ingannando. I sistemi che dovrebbero orchestrare la risposta alle crisi sono essi stessi in crisi di legittimità.

Il debito globale complessivo, pubblico più privato, viaggia secondo le stime oltre il 235% del Pil mondiale. In sistemi globali, interdipendenti e fragili, ogni nuovo choc può rivelare quanto di quel debito non sia realmente ripagabile.

Elon Musk ha previsto in una recente intervista che l’intelligenza artificiale supererà entro cinque anni la somma di tutta l’intelligenza umana, rendendo il lavoro opzionale entro il 2036. Quella tecnologia che avrebbe dovuto risolvere gran parte dei problemi globali ha intrapreso una china sempre più cupa e ora fa concorrenza alle comunità per risorse fondamentali come acqua ed elettricità.

Quando i problemi hanno perso le soluzioni

Almeno fino alla crisi finanziaria del 2008, la nostra percezione dei problemi, di pressoché ogni problema, era improntata al sostanziale ottimismo: potevano darsi crisi localizzate, ma nulla che non si potesse superare o risolvere, con la bacchetta magica dell’innovazione tecnologica o spazzando i problemi irrisolti sotto il tappeto dell’agenda pubblica, parlando d’altro.

Ora siamo andati oltre: nessun problema sembra risolversi, alcuni hanno raggiunto il punto di non ritorno, l’iper-complessità ci prende tra le spire come il Laocoonte, la scala globale e l’interdipendenza dei problemi creano grovigli impenetrabili, e chi dovrebbe partecipare alla soluzione è diventato parte del problema.

Possiamo certamente pensare che in una prospettiva ciclica avremo istituzioni meno schizofreniche, un’economia più giudiziosa e una tecnologia che non punti alle nostre paure, ma sulle questioni strutturali siamo già oltre.

Il cambiamento climatico e quello demografico con molta evidenza hanno raggiunto o sfiorato punti di non ritorno: non siamo più in presenza di qualcosa che può essere ignorato o diventare elemento infinito di infinita, circolare e chiodata polemica.

Come non era mai successo nella storia, natura e popolazione mutano, insieme: siamo in terre completamente inesplorate e dobbiamo gestire i danni e prepararci per mitigarne le conseguenze di una nuova normalità.

Una nuova normalità che non investe soltanto l’economia e il nostro modo di vivere, ma si accanisce soprattutto contro gli anziani e le persone più fragili. Le nostre società invecchiano e non si reggono senza l’immigrazione; eppure corpi elettorali spaventati, impoveriti e in cerca di un nemico la respingono, sobillati dagli imprenditori politici dello scontento. Quegli stessi chiamati a governare gli effetti di un clima sempre più estremo mentre ne negano l’esistenza. Follia? No, è la rassegna stampa di un giorno d’agosto.

Se guardiamo l’intrico dall’alto, restano pochi dubbi sull’essere in qualche modo giunti a un “fine corsa”, non dell’umanità, ma dell’idea che i processi sociali, economici e politici avessero un faticoso senso, e che dove venisse meno un pilastro, gli altri reggessero. Ora, simul cadent.

Anatomia del collasso

Chi da tempo prova a tenere insieme questi pezzi, invece di trattarli come notizie separate, è Sarah Wilson, scrittrice e giornalista australiana divisa tra Parigi e Sydney, che nel suo ultimo libro, I Eat the Stars: How to Live Fully and Beautifully in a Collapsing World (Penguin Life, 2026), mette sullo stesso tavolo demografi, climatologi, economisti e filosofi abituati a parlare in stanze separate. È un libro ben scritto, gentile ma potente, che parla apertamente di collasso sistemico, il nostro, in cui convergono ambiente, demografia, politica, economia.

Che un numero crescente di pilastri dei nostri sistemi sia già crollato o prossimo al collasso non è un’idea nuova e il libro, assai rigoroso nelle fonti, lo riconosce dando conto di un’ampia letteratura. Il pregio semmai è quello di prendere un tema tabù, confinato a complottisti e lunatici, e farne una questione in carne ed ossa. Il pregio ancor maggiore del libro, che prende il titolo da un verso di una poesia di Rebecca Elson, astronoma e poetessa scomparsa in giovane età («Sometimes as an antidote / to fear of death, / I eat the stars»), sta nel movimento che compie, dal cosmico all’intimo e ritorno.

Wilson non si accontenta di misurare rigorosamente i sistemi che crollano, ci chiede come stiamo, noi, dentro quei sistemi, e lo fa richiamando sentimenti fuori moda nel dibattito pubblico contemporaneo: comprensione, dovere, dolore, umiltà, saggezza, perdono, proprio dove i social ci hanno abituato alla rabbia cieca e improduttiva da scaricare e ricaricare in Rete. Non è ingenuità new age, ma un dispositivo preciso: prima di poter agire con lucidità, la rabbia va attraversata e trasformata, altrimenti torna sotto forma di paralisi o, peggio, di rancore. Ci facciamo del male e tutto rimane come prima.

Invece, dobbiamo apparecchiarlo e arredarlo, il collasso, per viverlo appieno e con grazia. Non è un’aporia: come è stato notato, e sono pienamente d’accordo, questa grazia non acquieta, agita. Il raccordo preciso tra il macro dei fenomeni globali e il micro dell’esperienza individuale risveglia tanto l’esasperazione quanto la compassione.

Finita la lettura, complice anche il caldo asfissiante che letteralmente squaglia ogni negazionismo, si ha voglia di alzarsi e di fare qualcosa, tanto come individui che come attori collettivi.

Sulla prima dimensione rimando alla lettura del libro, di cui auspico presto un’edizione in italiano. Sulla seconda, quella collettiva, c’è molto da fare e da affrontare, con empatia e sorriso.

Contro l’ipernormalizzazione, con grazia

Il principale nemico è l’accettazione, o l’ignoranza, del pericolo dell’ipernormalizzazione: la recita collettiva della normalità da parte di chi sa perfettamente che non lo è più. È un concetto nato per descrivere il tardo periodo sovietico e poi applicato all’Occidente contemporaneo: non più la negazione attiva, ma un torpore condiviso, nato dal timore che affrontare tutto insieme sia impossibile e alimentato deliberatamente da chi trae vantaggio dall’immobilità. Steve Bannon, il guru del trumpismo, lo teorizza da tempo, parlando di come neutralizzare avversari e informazione inondando lo spazio pubblico di rumore, «flood the zone with shit», finché nessuno riesce più a distinguere ciò che conta da ciò che non conta.

Tra la grazia di Sarah Wilson e la “shit” di Bannon non dovrebbe essere difficile scegliere, eppure non è così semplice: tanto l’ipernormalizzazione quanto il rumore organizzato di Bannon puntano allo stesso effetto, che nessuno si muova. E per ora ha funzionato egregiamente, se consideriamo ad esempio il tramonto del modello dello sciopero di massa alla Greta Thunberg, capace nel 2019 di portare in piazza milioni di persone e oggi ridotto a una liturgia che non fa più notizia, anzi che nemmeno si celebra.

Superata la soglia di non ritorno, con conseguenze che non conosciamo, oggi non è più concesso rimuovere. Bisogna attraversare i collassi, climatico, demografico, politico, finanziario, tecnologico, sapendo che non ne usciremo indenni, ma potendo scegliere se uscirne vivi, migliori o peggiori, come individui e come collettività.

La lezione di I Eat the Stars, ciò che rende il libro prezioso, è che si deve essere sorridenti, accoglienti, solidali, addirittura ballerini, ma decisi nel misurare ogni dimensione, individuale e collettiva, sulla consapevolezza del cambiamento e sulla necessità di agire.

Ogni azione e ogni piano contano, perché tutti rischiamo di rimanere incastrati in uno o più dei piani dell’intrico: non troviamo chi si prenda cura di un genitore anziano, una tempesta rovina la nostra casa, il prezzo del petrolio ci impedisce di lavorare, i social media rovinano le nostre notti.

Allora dobbiamo ricordarci di questa estate e pretendere che non si vada avanti come se non avesse avuto luogo. Dobbiamo chiedere che il nostro comune pianti gli alberi per prepararci alla prossima, preparare noi e i nostri figli per una vita più lunga in salute, accogliere con delle regole chi ci può aiutare, lavorare con costante ricerca di un senso, imparare a utilizzare le tecnologie. Dobbiamo anche avere il coraggio di non perdere tempo prezioso seguendo o anche solo discutendo con chi non ha la maturità e la generosità per capire che le persone per bene accendono gli entusiasmi e spengono i fuochi, non il contrario.

Si potrebbe continuare a lungo, ma saprebbe di “armiamoci e partite”, mentre serve il contrario: il cambiamento deve essere pratica quotidiana dell’esistenza di chi possiede i minimi strumenti per non affogare nel mare di deiezioni, magari portando altri con sé.

È faticoso, ma è il sale dei tempi non ordinari che ci sono capitati. Questo libro ci aiuta a farlo con gentilezza e quieta determinazione. Forse è questa la forma che prende l’amore ai tempi del collasso.