Il 13 aprile sono stato invitato a Parigi per partecipare al 7° Roundtable della D4SME Global Initiative, l’iniziativa dell’OCSE dedicata alla digitalizzazione delle piccole e medie imprese. Il simposio, che ha raccolto oltre 90 partecipanti da tutto il mondo, tra rappresentanti di istituzioni locali e internazionali, start up, big tech, studiosi e imprenditori, segna un momento importante di confronto internazionale tra policymaker con un obiettivo straordinariamente complesso: governare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale perché ne beneficino i sistemi produttivi e la loro componente capillare, costituita dalle PMI.
«Ho iniziato a lavorare con gli strumenti digitali durante la pandemia. Non come scelta estetica, ma per necessità. Dovevo presentare le mie collezioni ai buyer, in Italia e all’estero, senza poterli incontrare. È allora che ho cominciato con il rendering 3D, usando strumenti come CLO3D. All’inizio è stato uno shock. Perché passare dalla sartoria al digitale significa cambiare mentalità. Ma ho capito subito qualcosa di fondamentale: il digitale non ha sostituito il mio lavoro — lo ha reso più preciso.»
Come emerso dal rapporto OCSE Empowering SMEs in the Age of AI, costruito su dati raccolti da oltre 2.000 imprese in 12 paesi, il quadro attuale è quello di una trasformazione rapida ma disomogenea: l’adozione dell’AI è già diffusa, ma l’uso resta concentrato nelle applicazioni più elementari, frenato da costi, carenza di tempo, timori per i rischi connessi alla sicurezza dei dati e scarsa consapevolezza degli strumenti di supporto disponibili. Di qui la necessità di individuare politiche, metriche per la loro misurazione, e buone pratiche da cui ricavare entrambe, per rendere i processi di diffusione delle tecnologie più organici e misurabili, coniugando finalmente la moltitudine indistinta di milioni di imprese con l’esigenza del policymaker di soluzioni semplici e quanto più possibili standardizzabili e misurabili.
«Oggi progetto le mie collezioni integrando AI generativa, modellazione 3D e competenza sartoriale. Genero, seleziono e sviluppo idee. Le testo visivamente e tecnicamente prima della produzione. E questo trasforma completamente il processo. Perché oggi produciamo solo ciò che viene effettivamente selezionato dai buyer.»
Qui casca però il proverbiale asino, dacché la clusterizzazione e l’inevitabile riduzione a dimensioni maneggiabili degli ambiti di utilizzo dell’AI nel mare delle PMI è un esercizio che sfugge esattamente ad ogni tentativo, anche il più onesto, di riduzionismo: dove una tecnologia proteiforme come l’AI si incontra con la natura proteiforme delle PMI le variabili esplodono e la tassonomia deve arrendersi. Non siamo al punto che si deve pensare ad un percorso di adozione diverso per ogni PMI, ma certamente a moltissime variabili, che includono il settore produttivo, il territorio, le dimensioni e le caratteristiche organizzative dell’impresa, finanche l’attitudine dell’imprenditore/trice. Lato AI, questa eterogeneità esplode ulteriormente se si considera l’intelligenza artificiale nel suo ruolo di tecnologia abilitante quello che necessità e creatività, o problemi, suggeriscono: quotidianamente, sarà capitato anche a voi, si legge di utilizzi dell’AI nuovi e diversi anche rispetto a quanto i suoi creatori avevano immaginato.
«Quando ho capito questo e ho capito dove stava andando l’AI, anche quando era ancora nelle sue fasi iniziali, mi sono iscritta e ho vinto una borsa di studio per un corso intensivo di coding. Avevo bisogno di parlare la stessa lingua dell’AI. Perché sono una creativa e una stilista tecnica. L’AI non parlerà mai la mia lingua, è costruita da ingegneri, sviluppatori e programmatori. Quindi dovevo incontrarla sul suo terreno.»
La tentazione che troppo spesso alligna in contesti governativi, intergovernativi e sovranazionali, è quella, iper dirigista, di fare delle imprese, delle PMI in particolare, i terminali delle politiche pubbliche sull’innovazione: politica e burocrazia, con il contributo dell’accademia e di big tech, decidono obiettivi, tempi, risorse e strumenti e le PMI vi si devono adattare. Il fracaso italiano di Transizione 5.0, che univa autoreferenzialità e imponderabilità degli obiettivi, scarsa fondatezza dell’approccio teorico, burocraticità degli strumenti e incertezza sulle risorse è stato l’esempio preclaro di questo approccio e dei risultati a cui conduce.
«Scrivere un prompt significa rinchiudere la macchina nella tua intenzione. Significa sapere esattamente cosa vuoi, come lo vuoi, con quale stile, riferimenti e struttura. È design. […] Se il prompt è debole, il risultato è debole. Se il prompt è confuso, il risultato è confuso.»
Come si gestisce questa complessità, mettendo a disposizione strumenti utili perché l’impresa diffusa possa intraprendere percorsi virtuosi di innovazione tecnologica e digitale, anche sfruttando le straordinarie potenzialità dell’intelligenza artificiale, con ritorni benefici a livello di singola impresa ma anche di sistema? Ritengo che quello che non è possibile né utile comprimere, in questo caso la diversity, ma anche la creatività delle PMI, vada lasciato fluire. Fuor di metafora, dall’approccio dirigista, che si arrovella per trovare modelli, e applicarvi processi e tempistiche costruiti in laboratorio, bisogna passare a quello abilitante, offrendo sostegno a chiunque partecipi del salto tecnologico, ma lasciando a lui la scelta del come. Il Piano Nazionale Industria 4.0, che al confronto è stato un successo in termini di sostegno concreto al salto tecnologico dei sistemi produttivi, nasceva da queste premesse, perché riconosceva che le famiglie tecnologiche e i casi d’uso erano così tanti che insistere nell’ingabbiarle sarebbe stato controproducente.
«Il mio brand è attualmente presente alla Rinascente Palermo Via Roma con una collezione concepita dalla visione umana, visualizzata attraverso immagini AI, presentata tramite buying digitale e finalizzata attraverso il design 3D. Non un metro di tessuto è stato acquistato o tagliato inutilmente. I campioni vengono prima creati digitalmente. La prototipazione fisica viene eliminata e si passa direttamente alla produzione. Il risultato? Zero sprechi nella fase iniziale. Costi ridotti. Tempi accelerati. Processi ottimizzati.»
L’onesta incertezza degli approcci emersa nel corso di quell’importante consesso, equamente distribuita tra attori e Paesi, richiederebbe un grande sforzo di umiltà intellettuale e politica, in grado di sostanziarsi non in una ritirata, ma nel riconoscimento che il ruolo dei policymaker in questa partita è tanto sostanziale quanto limitato: devono creare la cornice di regole e di sicurezza, investire sì sostanzialmente nell’upskilling e reskilling del capitale umano a tutti i livelli e mettere a disposizione delle imprese sostegni per essere schumpeteriane fino in fondo, trovando con la loro creatività e feconda follia modi di creare valore che certamente non potrà prevedere neppure il più illuminato dei legislatori.
Nessuno avrebbe ad esempio potuto prevedere, né tantomeno costruire a tavolino il caso di Flavia Pinello, stilista artigiana a Palermo con la sua Modart, che a Parigi ha raccontato come e perché ha iniziato a utilizzare il digitale e l’intelligenza artificiale per il suo lavoro, diventando un caso straordinario di applicazione dell’AI in una piccola impresa, in un territorio dove non ci sono ecosistemi tecnologici né cluster disegnato dalle politiche pubbliche, ma lei non lo sapeva e l’ha fatto lo stesso. Le citazioni sono tratte dal suo apprezzatissimo intervento.