La verità, vi prego, sul PNRR

Quando parlo del PNRR negli incontri sul territorio con associazioni, imprenditori ed enti locali, per dire della complessità, difficoltà e non sempre immediata coerenza del Piano faccio sempre (fortunatamente le audience sono diverse) il paragone con un nipote scapestrato che chiede soldi alla zia ricca. Per averli, il simpatico scioperato deve sottostare senza discussione ai dettami della parente e promettere, promettere e promettere cose che in cuor suo sa già di non poter rispettare, o forse nemmeno ci pensa, tutto proteso all’oggi.

Non serve specificare che, soprattutto nei tempi in cui il Recovery Plan è stato immaginato (Conte II), i nipoti scapestrati eravamo noi, e la zia ricca, momentaneamente meglio disposta per il combinato di pandemia e paura di altre Brexit, l’Unione Europea. Nè era difficile immaginare che il giovinastro, anche sfortunato ma pure bello incasinato di suo, avrebbe presto fatto fatica a stare al passo della mole gargantuesca di promesse, tutte da realizzare in pochissimo tempo e tutte forzando la propria indole e costituzione.

Si arriva così all’oggi, nel primo dei tre conclusivi anni del PNRR, quelli da dedicare alla prussiana esecuzione dei progetti, a constatare che molto probabilmente non ce la si farà nei modi e nei tempi. Non già solo per le sfortune di cui si diceva sopra (materie prime, energia, guerra, inflazione), già in parte previste dai meccanismi di (poca) flessibilità del Next Generation EU, ma per l’emergere di molte di quelle tare caratteriali e di costituzione che avevano reso il ragazzo fragile e costantemente bisognoso.

Lo dice, tra gli altri ma con autorevolezza istituzionale indiscutibile (diciamo quella del Preside del ragazzo) la Corte dei Conti, che nelle anticipazioni di stampa alla relazione annuale sull’attuazione del PNRR scolpisce un lapidario giudizio di “generale inadeguatezza programmatoria” e da qui continua a randellare con numeri, processi ed esempi, che dipingono il quadro di una corsa forsennata e molto probabilmente vana.

L’ottimismo della volontà e dell’amore per il Paese, indipendentemente da chi lo governa, non deve scemare ovviamente, ma lasciare il posto ad alcune riflessioni pacate ma non eccessivamente indulgenti, da farsi peraltro mentre si corre, su quello che anche costitutivamente non ha funzionato nella costruzione del Piano e che inevitabilmente avrebbe portato dove siamo oggi. Perché, non tutto, ma certamente molto, dei problemi di oggi era scritto. A pagina uno, alla vista di tutti.

La “generale inadeguatezza programmatoria” denunciata dalla nostra magistratura contabile non è ovviamente in alcun modo ascrivibile né al Piano in sé, né tantomeno all’attuale Governo, in carica da troppo poco e che semmai sconta, ci torneremo, una cattiva fama in Europa che ne indebolisce ulteriormente il potere contrattuale. Senza riferimenti esoterici al carattere delle gens italiche, il Paese non ha mai dato il meglio nei grandi Piani, mai. Troppa è la dispersione di poteri, troppi i veti incrociati, troppi e troppo premeditati gli stop legali ad ogni cosa, troppe le rendite di posizione sui colli di bottiglia perché un progetto passi sufficientemente indenne dal momento in cui è stato concepito al momento in cui è stata costruito e pagato, per di più nei tempi previsti. Un progetto, figuriamoci una miriade, in tutta Italia.

La Pubblica Amministrazione italiana se non è un disastro è sicuramente un tema, che diventa un punto di attenzione serio quando dal suo funzionamento ineccepibile dipende circa l’80% del PNRR, che è soprattutto un piano di investimenti pubblici. Investimenti che improvvisamente hanno messo un peso enorme sulle spalle rachitiche dei comuni italiani, che non ce la fanno. Dopo una dieta pluridecennale fatta di tagli lineari, chiedere ai comuni di mettersi a correre la maratona è stata un’idea infelice, certamente non resa meno infelice dai tentativi vani di mettere lì un po’ di risorse umane in più. Che non ci vengono, perché è evidente a chiunque che se il privato non trova lavoratori, certamente non li troverà il pubblico, che paga poco e male e in generale disprezza il talento. Sarebbe tuttavia ingeneroso prendersela con i terminali quando le fonti delle misure del PNRR, i Ministeri, non stanno dando grandi prove né di efficienza, né di coordinamento, anzi.

Nemmeno dentro il Grande Raccordo Anulare la governance del Piano è coordinata tra le burocrazie ministeriali, e l’attuazione delle misure (non dire gatto se non c’è il decreto attuativo) è troppe volte così posticipata da sembrare non un passaggio formale, ma un ulteriore passaggio legislativo per una camera chiusa di non eletti. Per non dire della questione democratica dell’impossibilità di un monitoraggio puntuale e indipendente di come vengono spese risorse per 235,12 miliardi di €, 122,6 dei quali a debito.

Niente di nuovo sotto il sole, si dirà, e nemmeno la retorica dell’ultimo treno è riuscita a sgorgare incrostazioni vecchie, che lì sono rimaste. Non aiuta certamente il fumus antieuropeista con cui è guardato l’attuale esecutivo, che ha fatto del proprio meglio per dimostrare di essere diverso dai predecessori, ma su alcune questioni, su tutte i balneari, la pensa diversamente da Bruxelles. Per onore del vero, bisogna tuttavia oggi non solo fare il tifo perché l’esecutivo riesca a portare a casa dilazioni nei tempi e spazio per rivedere il programma (che sono vitali), ma fare anche qualche onesto esercizio di consecutio temporum.

Proprio perché le tare che i ritardi nell’esecuzione del PNRR non sono di oggi, bisogna entre nous riconoscere che queste tare non si sono volute affrontare, o più pragmaticamente aggirare, quando era possibile, ossia in sede di quella contrattazione con Bruxelles finalizzata dal Governo Draghi. La stima personale, intellettuale e politica verso alcuni dei componenti della squadra che ha ottenuto quel risultato storico non può obnubilare la sensazione che qualcosa non abbia funzionato in termini di disegno del Piano, della sua struttura di governance, della cognizione sullo stato di salute delle organizzazioni che avrebbero dovuto implementarlo, dei correttivi alle possibili criticità, e finanche alla sostenibilità di un piano così ambizioso e costoso. Forse meno sarebbe stato meglio. Anche l’eccessiva confidenza di un Governo tecnico nella propria, adamantina, stima internazionale, che forse avrebbe permesso di ottenere maggiore credito a Bruxelles per contrattare spazi che già si sapeva di dover a un certo punto chiedere è un peccato di vanitas che sarebbe stato meglio evitare.

Oggi l’entità dei problemi è di gran lunga superiore anche a quanto il nostro Paese sappia fare tirando fuori il meglio di sé nelle emergenze, per cui serve anche altro. La Pubblica Amministrazione centrale non può più permettersi di mantenere, almeno sul PNRR, l’opacità nei processi decisionali e quella mancanza di coordinamento, e gerarchia, che rende tutto precario. Le pubbliche amministrazioni locali devono farsi aiutare, perché non ce la fanno e non ce la faranno, punto.

Ultima postilla metodologica: qualunque sarà l’esito della contrattazione con l’UE, e se questa sperabilmente porterà a delle modifiche necessarie al Piano, magari attraverso la finestra del RepowerEU, si dovrà modificare radicalmente (e per sempre) il processo di definizione delle priorità e di costruzione delle misure, che non ha funzionato. Né passerelle a Villa Pamphili, né tavoli-ultramaratona dove basta partecipare, né tantomeno progetti spolverati dai cassetti, ma un dialogo sociale serio, disarmato, metodologicamente fondato. Si può fare, si è fatto.

Buona fortuna a noi.

 

 

 

  • Diana Gabriella Bruno |

    analisi condivisibile appieno, aggiungerei che il depauperamento delle aziende sanitarie in termini di governance ICT perpetrato da sempre non ha dato modo di creare quella classe dirigente con competenze idonee a condurre progetti e piani di evoluzione digitale coerenti con i reali fabbisogni delle aziende stesse; errore marchiano delle Direzioni generali dell’ultimo decennio che hanno ritenuto corretto spingere all’esternalizzazione tout court delle funzioni di coordinamento che- per contro- necessitano di ruoli interni e stabili nell’organizzazione, base indispensabile di qell’ accountability tanto declamata ma ben poco realmente compresa dai vertici

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