Chiunque ami l’Italia e la sua cultura deve moltissimo a Carlin Petrini, che ci ha lasciato ieri.
Il fondatore di Slow Food ha preso una materia ricchissima ma totalmente magmatica come la biodiversità produttiva del nostro agroalimentare, fatta di tradizioni e micro nicchie, spesso sconosciute anche nei territori di origine, e ne ha fatto una chiave di lettura di un modo di vivere e di produrre alternativo all’approccio industriale, ma abbastanza affascinante da uscire da ogni ridotta radicale e dialogare, letteralmente, con Re, papi e capitani d’industria. Lo ha fatto muovendo dall’infinitamente piccolo, la provincia langarola di prima, per unire i puntini dell’infinitamente piccolo globale con Terra Madre, salvando con i Presidi produzioni che sarebbero morte perché sotto soglia produttiva critica e oggi danno identità e lavoro a infiniti territori.
Da ristoratore prima e osservatore di persone e territori poi (e mangiatore sempre) gli devo l’aver elevato il cibo a sostanza culturale, economica e politica oltre ogni crapula, senza le geniali leziosità letterarie di Brera, Veronelli e Soldati, ma con un’idea molto solida del lavoro, dell’economia, dell’identità e dell’agire collettivo che ispirano la produzione agroalimentare buona, pulita e giusta, come recita il titolo di un suo libro.
Ridando dignità alle nicchie, che diventavano appunto presidi da difendere, Petrini ha ridato dignità a quella Provincia italiana che di nicchie è un mosaico vivente: produrre e mangiare con senso di luogo era il massimo antidoto a qualunque omologazione, sosteneva lui che raccontava che la sua creatura era nata come reazione alla prima, contestatissima apertura di McDonald’s in Italia.
Petrini è stato quanto di meglio potesse capitare alla Provincia italiana: qualcuno che c’è nato dentro, la conosce bene, benissimo, e però ha gli strumenti per coglierne l’essenza, unire i puntini di tutte le province del mondo, della loro condizione di luoghi di presidi non solo di cibo, ma di identità e di fragilità da difendere e raccontarla al mondo, affascinando anche i più incalliti metropolitani, come il suo conterraneo Paolo Conte.
Pensando a Carlin Petrini, mi viene naturale il parallelo con un altro grande vecchio della Provincia, Giancarlo Brocci, fondatore de L’Eroica. Nata nel 1997 come raduno di 92 appassionati sulle strade bianche del Chianti, L’Eroica era all’origine un gesto di resistenza: biciclette d’epoca, ghiaia, fatica, vino ai ristori, nessun tempo e nessuna classifica. Oggi, come Slow Food è un fenomeno globale, con oltre 9.000 partecipanti da più di 50 paesi nell’edizione principale di ottobre a Gaiole in Chianti, ed eventi Eroica in quattro continenti. Più Eroica è cresciuta, più ha conservato intatto il proprio carattere, parlando di territorio e di Provincia a tutto il mondo.
Le strade bianche del Chianti, protagoniste di Eroica, sono un presidio, nel senso preciso che Slow Food attribuisce alla parola: un luogo e una pratica da difendere attivamente perché contengono un sapere che altrimenti si perde. Giancarlo Brocci ha fatto per il territorio senese quello che Carlo Petrini ha fatto per il cibo italiano: ha trasformato un atto di resistenza locale contro l’omologazione in un movimento globale, partendo dall’idea che la qualità autentica non si trova accelerando ma rallentando.
Entrambi figli di borghi minori, entrambi fondatori di un’istituzione internazionale nata da un gesto quasi ingenuo, hanno capito che la cultura di un luogo apparentemente minore può diventare una chiave potentissima per una narrazione del mondo non tristemente nostalgica o inutilmente minoritaria, ma in grado di diventare progetto che parla al mondo. Le strade bianche non sono una pittoresca anomalia del paesaggio: sono un’infrastruttura di valori, esattamente come un Presidio Slow Food non è solo un prodotto ma una comunità che lo tiene in vita. Brocci e Petrini appartengono alla stessa generazione morale, purtroppo con pochi successori.
Tralascio (è molto rilevante, ma non è questo il luogo), la comune provenienza politico-culturale, che pure ha pesato molto nella formazione di questi grandi vecchi e nelle loro scelte, ma duole constatare quanto quella fonte sia ormai disseccata, incapace di produrre pensieri al tempo stesso radicali e globali pur parlando in dialetto.
Voglio invece evidenziare come quella Provincia e quel Paese erano ancora in grado di sviluppare progettualità che magari nascevano piano, quasi per scherzo, e poi acquisivano le gambe per correre, diventando Slow Food, L’Eroica, ma anche mille imprese, grandi e piccole, di successo o finite male, tutte però figlie di un’energia e di un’idea, per quanto strampalata, di futuro. Oggi quest’energia sembra venuta meno, il futuro ci preoccupa più che esaltarci e sogniamo di meno, anche perché ogni sogno senza un business plan (l’aveva forse Petrini?) sembra solo una stravaganza.
È dunque un peccato doppio che Carlin Petrini ci abbia lasciato, per quello che ci ha dato e per la sensazione che un Paese che non sogna più, e una Provincia che sta scivolando verso la periferia, difficilmente ce ne regaleranno un altro.
Foto: Calendario Lavazza 2018, fotografo Platon, Carlo Petrini